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Chiuso


Finalmente le vacanze servono a qualcosa, dopo una lunga villeggiatura. Si chiude.
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la madonna



Ieri sono stato a visitare il Santuario Madonna della Corana. Fra le emozioni che offre (uno su tutti il salto netto di 500 metri del burrone su cui si affaccia) il Santuario è ricordato per gli ex-voto. PGR, Per Grazia Ricevuta. La chiesa ospita quelli più vecchi, dal 1599 ai primi del '900. Altre stanze meno sacre sono invece luogo di esposizione per una fantastica collezione di madonne popolari fatte da più o meno improvvisati artigiani da tutto il mondo e altri reperti devozionali. Fra i più, la trasposizione contemporanea dell'ex-voto sono dei collage fatti di centinaia di piccole o piccolissime foto appiccicate ad un pannello dai parenti dei defunti. "Tuo figlio vive" dice una targa consolatoria sotto uno dei pannelli. Ma perché non ci sono più ex-voto, perché la madonna non siamo più capaci di riconoscere i miracoli e ci arrendiamo alla sola pietà? Siamo in grado di immaginare un mondo magico o l'abbiamo confinato nell'arte?

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concetto ø



Anche noi organizziamo i nostri festini. A base di partecipazione e convivialità. Sabato 5 febbraio, Hub Rovereto ospita una mostra di torte. Il progetto di concetto ø si basa su una ricetta semplice. Tutti gli amanti di torte e dolciumi sono invitati a presentarsi a partire dalle 16.30 in via Valbusa Grande 2 presso lo spazio di The Hub Rovereto con la propria creazione culinaria.
Crostate, tiramisù, monte bianco, torte della nonna o della zia, torta al cioccolato, torta casareccia, torta margherita, cheese cake, panna cotta, tartufo, crostata di mirtilli, arance, fragole, torta alle mele, torta alla ricotta, tartufo e - si augurano gli organizzatori - molte altre altre torte non comprese in questo elenco, saranno esposte per circa un'ora. Poi, dalle 17.30 si passerà all'assaggio. All'evento possono partecipare tutti, anche coloro che si troveranno a passare per caso da quelle parti e vorranno assaggiare e le specialità preparate.
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Il Titolo è il Pubblico

Con il solito ritardo, pubblico il testo che ha accompagnato la mostra Il Titolo è il Pubblico presso il Südtiroler Künstlerbund. E' stato un progetto preparato in fretta, ma su basi teoriche forte. Gran parte delle scelte allestitive, almeno le migliori, le ho condivise con Jacopo Candotti a cui va il mio sentito ringraziamento.

Il progetto Il Titolo è il Pubblico prende avvio dalla constatazione della scarsità, nell'ambito delle arti visive, degli studi sul pubblico. Se le arti teatrali e cinematografiche hanno ampiamente approfondito il tema, la storia dell'arte contemporanea, forse ancora vittima di un impianto romantico, ha preferito concentrare le sue attenzioni sugli oggetti, scoraggiando gli studi e le applicazioni pratiche di lavoro creativo con il pubblico. La conseguenza è che il peso di una relazione complessa si è trasferito sulle spalle delle sole opere, sbilanciando l'equilibrio fra produzione e fruizione, tanto rendere concreta la comune credenza che l'arte abiti nell'opera e non nel rapporto che si crea fra le opere e chi le osserva.

Nei presupposti che hanno ispirato il progetto, c'è la convinzione che questo squilibrio abbia avuto delle conseguenze rilevanti rispetto agli attuali parametri di valutazione, elezione e investitura delle opere d'arte. Continuare a pensare «che l'arte sia quella che si trova nei musei e nelle biennali e non quella che sta nelle teste dei fruitori» (Anton Vidokle), ha spinto verso la crescita muscolare del sistema che legittima, l'oscuramento del ruolo pubblico del curatore, l'eclissi della didattica dalle stanze dei bottoni e dai relativi budget, l'iperbolismo stilistico e la sacralizzazione dell'autorialità.
Quello che il progetto azzarda in avvio è che, per paradosso, l'opera d'arte si sostenga oggi sulla assenza o sull'oblio del pubblico.
La mostra per dimensioni e per proprietà dello strumento, è il risultato parziale degli accordi e dei disaccordi che gli artisti hanno dato a questa premessa. Si tratta più che di una serie di risposte, di un laboratorio che ha come unico obiettivo quello di testare alcuni elementi critici, invitare il pubblico a ragionare sulle questioni e sulle soluzioni poste e da cui, questo è l'auspicio, si possano trarre delle indicazioni di merito.
Ad esempio: la retorica dell'accesso, ove trova il suo equilibrio? È possibile che alcune fra le pratiche più vive si siano realizzate quando l'artista ha assunto il nome del pubblico? È possibile che la didattica abbia un ruolo di primo piano nell'impianto evolutivo delle arti? Perché chi guarda non può essere guardato? Cosa racconta di una mostra il suo pubblico?
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Pausa caffè. Da qualche tempo mi gira in testa questa canzone di Ascanio Celestini. Ho ascoltato più volte il testo e mi pare possa essere preso ad esempio di una dinamica già conclamata che riguarda la capacità generativa / distruttiva del linguaggio. La produzione di un racconto, cioè la caratteristica propria di ogni parola, diventa esplosiva rispetto al senso quando alleata alla ridondanza dei media. Da cui la composizione del nuovo campo da gioco: dalle disgrazie del simbolico, all'ascesa dei culturalismi e degli immaginari. La domanda di questa pausa è allora: come ci si comporta rispetto a questa insorgenza? Fare è ancora l'unica domanda?
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note sul curatore

pubblico di seguito il testo scritto a conclusione dell'incontro "che cos'è il contemporaneo" promosso dalla Fondazione March di Padova. Fra qualche mese dovrebbe uscire anche la versione cartacea edita, unitamente agli altri interventi, da Clueb. L'argomento è lo stesso che sto sviluppando ormai da qualche tempo e che risponde grosso modo alla domanda: quando il curatore appare nella storia dell'arte su quali dinamiche interviene e con quali apporti/variazioni?

Note sulle possibilità del curatore

Ultima idea dell'arte: Dino Formaggio

Dino Formaggio era solito iniziare il suo anno accademico con un preambolo che suonava più o meno così: “non chiedetemi cosa sia l'arte. Non saprò darvi una risposta. Però sin d'ora vi posso dire che è arte quell'insieme di oggetti legittimati come tali da un gruppo di persone”1.

Non ci sarebbe stata migliore introduzione per degli studenti al primo approccio con l'arte moderna2. Quella affermazione impone lo spartiacque ontologico della disciplina e ne insidia l'emblema: può essere facilmente letta così: da Duchamp3 in avanti è ormai chiaro che nessuno a fronte di una proclamazione, o di una autoproclamazione, può dire che questo o quell'oggetto non sia arte, qualcuno però può tentare di certificare la dichiarazione e legittimare la proclamazione. L'assioma non fa una piega e corrisponde al comporsi e scomporsi della storia dell'arte, ma resta aperta una domanda a cui gli storici hanno dato risposte solo parziali: come si organizza quel sistema nel corso della storia e con quali implicazioni? A partire da questa constatazione prende piede una ricerca di Storia sociale dell'arte. Per Che cos'è il contemporaneo? ne riporto una sintesi con il fine di sostenere delle preferenze sugli indirizzi delle pratiche curatoriali.

Prima idea dell'arte: Lawrence Wiener

Creative Time, una nota organizzazione di New York che si occupa di arte nello spazio pubblico, propone sul proprio sito web un video4 in cui Lawrence Wiener parla dell'arte in generale e del suo specifico lavoro. Dice Wiener: “l'arte è fatta da uomini per altri uomini, e molto spesso, al più semplice dei livelli, l'arte è quell'insieme di cose o oggetti che qualcuno sceglie di analizzare e presentare al mondo”. Poi ancora: “c'è una storiella che recita: la poesia e la letteratura nascono perché qualcuno vide un'opera d'arte e volle raccontarla a qualcun altro. Ma alla fine fare arte significa porre delle domande, non importa se su una tela o usando il linguaggio o usando la luce, si tratta sempre di domande che vengono poste”. Contrariamente a Dino Formaggio Lawrence Wiener imposta il suo discorso su una base estetica. La risposta alla domanda, che cos'è l'arte, riguarda l'esperienza stessa che fa scaturire il racconto dell'arte. Un racconto che esiste a priori e che, nella lettura di Wiener, ognuno (cioè ogni essere umano) attraverso le domande (cioè lo strumento che Wiener ritiene più adatto) può indagare e riportare.

Fuori traccia

Con questo punto di vista è possibile ottenere un ribaltamento critico rispetto all'opera dell'artista americano. Il peso scultoreo delle sue parole, cioè la cifra stilistica delle sue opere, va letto in veste di concetto o in forma di poesia? Il formalismo critico dominante rischia forse di isolare i gesti e i concetti nella geometricità concettuale? Isolare come levare, conservare, distinguere, salvaguardare....

I tempi lunghi della storia

Lo storico Fernand Braudel ha diviso la storiografia in tre grandi categorie temporali5. I tempi corti, i tempi medi e il tempi lunghi. La storiografia dei tempi lunghi ha la capacità di indagare movimenti di ampio respiro e di restituire una visione allargata e complessa degli intrecci e dei meccanismi che generano e vengono generati dalla storia. Per provare a dare una risposta alle domande poste in apertura del mio intervento faccio riferimento a questo modello storiografico. Lo sguardo cade sui meccanismi che hanno retto e reggono il ciclo produttivo dell'arte dai tempi di cui abbiamo memoria ad oggi. È un campo minato da sfumature e confronti con le fonti che qua per ragioni di spazio, non è possibile affrontare. Qualche passaggio sarà dunque dato per scontato e alcune specificazioni saranno omesse. Per queste mancanze rimando ad una ricerca a venire.

Alcune banalità

Il sistema dell'arte non è sempre stato così come lo conosciamo oggi. Come noto, sino al Rinascimento italiano le arti visive non appartenevano alle arti liberali e rientravano piuttosto nell'ambito delle arti meccaniche.

C'è un momento che possiamo istituire come soglia. È la pubblicazione da parte del Vasari delle note Vite de' più eccellenti pittori, scultori e architetti italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri. Vasari raccoglie una eredità manualistica importante fra cui bisogna almeno citare il Della Pittura dell'Alberti, i Commentari del Ghiberti e il modello biografico già ampiamente sviluppato in campo letterario dai più importanti umanisti, ma le sue Vite hanno il merito di imporsi quale primo trattato in grado di disegnare uno sviluppo storiografico nell'arte. Altri hanno delineato le ragioni del successo del Vasari. Qui interessa quale spartiacque o se si preferisce emblema, di un nuovo modo - il modo moderno - di trattare l'artista e la sua opera.

Verso una storia dell'arte libera: la storia degli artisti.

Quel che Vasari inaugura non è la Storia dell'arte, ma la Storia dell'arte come Storia delle personalità artistiche. Da Vasari in avanti ogni opera sarà legata al suo creatore: Storia dell'arte e Storia degli artisti diventano una cosa sola. E dunque, è possibile pensare all'arte senza creatore? O meglio, per non perdersi nei corridoi stretti della discussione postmoderna sulla morte dell'autorialità6, è possibile pensare l'arte indipendentemente dall'artista? E soprattutto è possibile farlo in termini non esclusivamente estetico-filosofici o, come proposto in passato, collettivisti7?

Il committente


Il sistema di produzione premoderno è circolare. Prende avvio dal committente e sullo stesso ricade. Il committente decide a monte il tema, accorda con l'artista (o artigiano che dir si voglia) i colori, le figure principali, le dimensioni, e quant'altro. Conclusa l'opera il carico culturale e simbolico della stessa ricade sul committente. Il Committente è l'Opera. Spesso ne assume anche il nome, mentre l'eventuale firma dell'artista, sta a cesellare la bontà della bottega e dunque la qualità del manufatto. L'artista non c'è. È un artigiano che vive all'ombra della sua opera e l'opera a sua volta vive all'ombra del suo committente. L'opera tramite l'uso che il committente ne fa ha una presa effettiva nel mondo. Entra immediatamente nelle dinamiche culturali attraverso un carico simbolico forte che rimanda solo a se stesso. L'oggetto non c'è. In quanto Cosa non esiste. Esiste la Cosa in sé e chi a quella Cosa per diritto dà voce o omaggio.

L'arte scritta dagli artisti

La prima storia dell'arte è stata scritta da un artista. Vasari avvia definitivamente il processo di autolegittimazione degli artisti e istituzionalizza la scalata sociale e intellettuale per la valorizzazione del proprio mestiere. L'obiettivo finale è l'indipendenza della categoria. Ne troviamo traccia nella contrattualistica moderna legata alla Storia dell'arte e - ad evidenziare una cronaca che diventa mito - nella letteratura.

È una storia che corre nei secoli. A partire dal Medioevo italiano assistiamo ad una progressiva acquisizione di libertà da parte dell'artista che corrisponde al passaggio ad un sistema di produzione lineare, alla crescita del sistema stesso e alla progressiva scomparsa del cardine principale del precedente modello. Il cerchio chiuso sul committente, sotto le pressioni degli artisti, si apre sino a separare totalmente produzione e consumo. Il committente, perde per strada gran parte della sua influenza, sino a trasformasi in collezionista. Anche se la Storia del collezionismo meriterebbe un approfondimento specifico8, qua interessa evidenziare la progressiva riduzione dell'influenza del committente a monte del processo di produzione. Se il primo collezionismo ha una matrice essenzialmente archeologica ed è legato alla forte rivalutazione rinascimentale dell'antichità, con il passare del tempo, pur nelle maglie sfumate della storia, è possibile individuare lo sviluppo che porta alla libertà creativa dell'artista, alla nascita del sistema dell'arte che si frappone e alimenta i rapporti, il gusto e il senso stesso del sistema, alla scomparsa del committente e all'alba del collezionismo così come lo conosciamo noi oggi.


Artista e collezionista


Artista e collezionista sono i due poli del meccanismo che ne regola l'economia e i rispettivi ambiti di potere. Seppur incompleto ed eccessivamente secco, il sistema così disegnato ha il pregio di evidenziare l'autonomia del sistema stesso dal resto, e la corrispondenza esclusiva fra i due ambiti. Ciò che appare chiaramente è il doppio solipsismo in cui i due elementi sono chiusi, cioè l'elemento che diventa anche lo strumento di comunicazione fra i due: il linguaggio che condividono. È, appunto, la storia di un rapporto esclusivo.

L'iperbole

Più l'arte diventa libera, più si libera dalle pressioni del reale e più diventa iperbolica.



Specificazioni

Il rapporto esclusivo, l'oggetto e l'iperbole si reggono su una macchina solida. Fatta di parole, di testi, di critiche, di schieramenti, di commercio, di riproduzioni, di eventi.




Si potrebbe scrivere una storia del sistema dell'arte così com'è profilato oggi. Potrebbe aiutare a mettere in luce gli incastri, le reciproche influenze, il rapporto con le tecnologie e lo sviluppo sociale. La questione interessante ai fini di questo intervento è la sostanziale marginalità del pubblico. Qualcuno potrà obbiettare che non è più così, che le mostre sono fatte per il pubblico e le grandi biennali sono oggi frequentate da migliaia di visitatori. Proviamo però a pensarci bene. Prendiamo ad esempio l'apertura di una grande mostra. I primissimi ad essere invitati e a visitarla in esclusiva sono i grandi collezionisti privati o pubblici. A loro spetta il primo tocco. A seguire l'evento si apre agli addetti dell'arte. Cioè chi sta in mezzo ai due poli: riviste d'arte, curatori, critici, mercanti, collezionisti minori, altri artisti. Infine quando gli specialisti hanno concluso, i cancelli sono aperti anche per il grande pubblico. Allo schema bisognerebbe inoltre obiettare la sempre più evidente non estraneità dei musei al sistema di produzione. In tempi recenti è sempre più difficile distinguere l'azione di un museo, da quella di una galleria o quella di una istituzione privata. Il fatto sottolinea la propensione e la necessità del sistema ad inglobare nuove aree socioeconomiche e culturali.

E il curatore?

“Critico e curatore d'arte”. Molti dei miei colleghi hanno questa dicitura nell'incipit della propria biografia. A ben donde il curatore d'arte è visto come una costola del critico. Se il critico ha rafforzato la sua azione attraverso gli scritti e la conquista di spazi sempre maggiori grazie al raffinamento della stampa, la riproduzione di immagini e la fortuna della carta stampata, il curatore si impone attraverso la mostra e l'evento. Il suo ruolo è ancor più pubblico e si cristallizza in una spericolata operazione che tenta di mettere in comunicazione l'iperbole dell'arte con gli spettatori. In questo azzardo didattico, in parte antisistemico, epistemologicamente politico, abita il meglio della curatela contemporanea. A partire da questo punto bisognerebbe incominciare a tracciare una storia e a pesare le implicazioni.

1Il ricordo delle parole di Dino Formaggio nonché l'indicazione dell'intervento di Lawrence Wiener per Creative Time li devo alle lunghe conversazioni con Alessandro Nassiri.

2Sulla scorta degli studi di Juan Antonio Ramiréz credo che quella che oggi chiamiamo “arte contemporanea” sia da inscrivere nel più ampio ciclo della modernità.

3La demecanizzazione, cioè l'uscita definitiva dall'arte meccanica di Duchamp istituzionalizza un percorso che ha origine nel Rinascimento italiano. Paradossale come tale operazione avvenga in Duchamp attraverso la costruzioni di macchine. Questa doppia polarità è un buon punto di partenza per definire gli effettivi obiettivi dell'artista francese rispetto alla questione dell'oggetto.

4http://creativetime.org/programs/archive/2009/cttv/?p=141

5Braudel F., I tempi della Storia. Economia, società, civiltà. Dedalo, 1986

6Il riferimento è al testo di Roland Barthes, La mor de l'Autor, in Le bruissement de la langue, Seuil, 1984. Barthes inaugura con quello scritto una lunga discussione ancor oggi viva sulla morte dell'autore e l'autorialità collettiva.

7Mi sembra che per uscire dal dibattito collettivista sia interessa confrontarsi con la definizione di Genius di Giorgio Agamben. Lo studioso depersonalizza l'idea di genio spostando l'impersonalità dal gruppo all'ontologia dell'umano: “Comprendere la concezione dell'uomo implicita in Genius, significa capire che l'uomo non è soltanto Io e coscienza individuale, ma che dalla nascita alla morte egli convive piuttosto con un elemento impersonale e preindividuale.” Agamben, G., Profanazioni, nottetempo, 2005, pag. 9

8I testi di riferimento per un primo approccio alla storia del collezionismo sono il classico di Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno, Einaudi, 1968 e più specifico per l'area italiana il saggio di Cristina De Benedictis, Per la storia del collezionismo italiano, Fonti e documenti, Ponte alle Grazie, 1991

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cosa ho visto di bello | trento | giuseppe oss emer

Pubblico questo intervento di Giuseppe Oss Emer per "cosa ho visto di bello". C'è voluto un po' di tempo, ma sono 4 ottimi minuti.

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Il diario completo, versione finale



Qua finisce il diario d'Albania. Per chi vuole leggerlo o per chi si è perso nella cronologia contraria e schizofrenica del blog, è possibile scaricare qua sotto la versione finale. Mancano le immagini che di volta in volta ho accompagnato al racconto, ma ci sono quelle ufficiali che lo hanno giustificato.

*** Diario d'Albania

Chi volesse la versione cartacea può farne richiesta direttamente alla Prometeo Gallery che ha promosso l'intero progetto alla e-mail info@prometeogallery.com
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17 luglio 2010


Quando si libera uno spazio ingombrante come fu il regime per l'Albania, succede sempre qualcosa di grande. I segni del capovolgimento sono svariati e forse ancora in cerca di un loro equilibrio. Gli artisti che hanno una passione per i cambiamenti si infilano in queste dinamiche e cercano a volte di leggerle, a volte di documentarle, a volte di sublimarle o modificarle. La storia di Edi Rama è nota. Artista di buona fama residente a Parigi, dopo esperienze politiche nel campo della cultura, nel 2000 diventa sindaco di Tirana. Da allora, abbandonata la carriera che aveva sviluppato fra curatori, artisti e gallerie, decide di virare definitivamente sulla politica , dichiarando che la sua è un'azione artista oltre l'idea stessa di arte. Come dargli torto, da oltre un secolo l'arte, cioè da quando ha perso ogni funzionalità e guadagnato tutte le arbitrarietà invocate, cerca esplicitamente connessioni con la vita. Forse con alle spalle queste considerazioni Edi Rama si è buttato nella gestione del territorio. Fra i suoi progetti più noti c'è il Façades Project. In occasione della Biennale internazionale di Tirana invitò un gruppo di noti artisti internazionali a dipingere le facciate dei vecchi blocchi comunisti. Le facciate oggi possono piacere o meno, alcune sono scolorite, altre hanno mantenuto integro il loro appeal, ma la cosa più rilevante è come la pratica Edi Rama sia entrata nella cultura costruttiva dell'Albania. Da allora anche chi non aveva goduto del tocco di Olafur Eliasson o Franz Ackermann comunque ha deciso di colorare in autonomia il proprio balcone o l'intero palazzo. Oggi attraversare la città è una gita nella retorica dell'astrattismo che si contrappone in maniera netta all'idealismo del realismo socialista che invece è gelosamente custodito nella Galleria Nazionale. Noi arriviamo lì verso le cinque e ci godiamo lo spettacolo. Ci sono i migliori quadri del periodo comunista. Il tema è piuttosto banale, uomini e donne comune mentre costruiscono, combattono, acclamano il capo o fieri ubbidiscono. Il lavoro non è comunicato come lavoro, cioè come fatica a cui corrisponde una remunerazione e il resto sono fatti propri, ma come coinvolgimento totale, costruzione, opera. Nota con acume il Principe: «vedi noi siamo come le icone anonime del socialismo, testimoniamo con la nostra presenza lo stato dei castelli. Li certifichiamo da turisti come oggetti che merita visitare». Il tempo dell'artista e quello della gallerista davanti al castello è il tempo liberato per eccellenza, lo stesso attraverso il quale il collezionista, terzo e invisibile protagonista, costruisce un altro mondo. Il collezionista è il vero inquilino dell'intérieur diceva Benjamin. Il mezzo è la fotografia che sostituisce l'idealismo pittorico e come si diceva, l'obiettivo è puntato sull'individuazione di un fenomeno del passaggio al capitalismo e che, come l'astrattismo diffuso di Edi Rama, si candida ad influenzare il paesaggio reale e culturale del Paese. Usciamo dalla galleria e a piedi andiamo verso le facciate colorate. Qunado le superiamo dietro troviamo la solita e nuova selva di costruzioni affastellate fra vicoli senza nome e vicoli improvvisati. Un'operazione d'artista, potrebbe dire banalmente chi voglia fare persa su uno stereotipo noto per infamare Edi Rama, «una speculazione edilizia che toglie aria e sole agli appartamenti» dice il Principe. Abbiamo fotografato tutti i castelli. Forse ne mancano un paio verso Skutari. Poi chissà, ne stanno costruendo ovunque, soprattutto fuori dalle città. «Grazie per l'invito Principe. Ma come sono le foto? Cavolo mi faccio sempre convincere dagli artisti a seguirli nelle loro intuizioni. Ma poi perché mi chiamo l'Australiana?».
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17 luglio 2010

La leggenda narra che chi non sogna muore. Probabilmente basta svegliarsi un po' più tardi la mattina. Oggi ad esempio ci siamo visti alle 11.30. Alle 12.30 siamo andati a casa del Principe. Il Ritrattista ha una bella moglie e una madre imperiosa. Il pranzo è cordiale. La nonna del Principe canta indifferentemente in Arabo e in Italiano, dipende se i suoi ricordi vanno al velo che il padre le ha chiesto di indossare all'età di tredici anni, o al sogno promesso di una formazione in Italia, per lei che era fra le migliori della classe e che a quel destino era indirizzata, se lo stesso padre, insieme al velo, non avesse imposto anche l'ignoranza. Lo zio invece era un signore. Faceva affari con gli italiani e ogni volta che andava a visitare qualcuno a casa portava eleganza e fiori. La casa del Ritrattista è ben arredata, il grande cerchio che fa da sfondo alla tavola su cui mangiamo è una collezione di vasi, nessuno è pregiato, ma la composizione è piacevole. Così come è interessante la collezione di quadri installata su due pareti colorate dietro la porta del soggiorno. Il Ritrattista ci fa vedere il ritratto del Principe.

Per ragioni di spazio lo tiene sul balcone, ma per qualità e forza meriterebbe altri palchi. Parliamo del comunismo. Chiedo dell'inizio. «L'Albania era un paese povero e il comunismo portò l'illusione della modernità per tutti», dice il Ritrattista. «A noi confiscarono tutte le proprietà e il bestiame da un giorno all'altro» «Ma come si viveva sotto il comunismo?». «Non saprei, mio marito ha lavorato tanto e poi si è trovato con nulla...», risponde l'anziana signora. «Ahhh......... un po' come oggi» dico io. Poi lei continua: «a quei tempi c'erano degli ispettori che giravano per le case a verificare la pulizia. Chi aveva la casa pulita prendeva una bandiera che poteva orgogliosamente attaccare sulla soglia. Per questo noi imbiancavamo sempre la casa con la calce». «Questa però non è bianca» interviene l'Austaliana «qua mi sembra ci sia il tocco di Edi Rama». Ridiamo tutti. «No, no, qua c'è solo la mano di mia moglie». «Perché non avete usato il bianco per le pareti?». «Ma sai che in Cina il bianco è il colore della morte? A me non piace il bianco, non esprime niente. Forse una rosa bianca potrebbe piacermi, ma in casa preferisco i colori. Mia moglie ha molto gusto ed è un'ottima critica. Io le dico sempre che lei avrebbe dovuto fare la pittrice ed io il cantante...». Il Ritrattista e sua moglie cantano, lei in passato è stata una cantate lirica e qualcosa di quel talento è rimasto.
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16 luglio 2010




La 'grande terrazza a qualche passa da qua' è uno dei posti più impressionanti che io abbia mai visto. Ci si accede attraverso un'ascensore in cui ci sono tre pulsanti, uno per il piano terra, una per la terrazza ed un terzo a chiave per un piano privato. Il Principe schiaccia terrazza e attraverso la parete trasparente alle nostre spalle incominciamo a scalare Tirana. Quando arriviamo in cima si apre alla nostra destra una sorta di giardino d'inverno, tondo con le pareti trasparenti e un tetto bianco anch'esso tondeggiante e pieno di stucchi. Saremo a 40, 50 metri da terra, da qua si vede la gran parte di Tirana, ma una volta girate le spalle, a ridosso del nostro naso, c'è un palazzo che si alza per altri 30 o 40 metri. Il paramano in mattone rosso con cui è rivestito fa a pugni con gli stucchi e le statue romane che da 60 metri guardano la città e soprattutto guardano noi che ora stiamo bevendo. Nel palazzo, che è l'ampliamento del bar-ristorante in cui siamo seduti, non ci sono ancora le finestre, ma in quei buchi riesco ad immaginare facilmente gli ambienti e le storie (dell'impero del male?). Un mix fra Tijuana e Montecarlo, qualcosa di strafottente, arrogante e maschilista, vicino all'amicizia fra Putin e Berlusconi o appunto, allo stereotipo della mafia russa. In verità i proprietari sono gli ex cuochi di Enver Hoxha. Caduto il regime, hanno deciso di vendere pezzi dell'aura che sino ad allora avevano custodito fra coltelli e cipolle e si sono messi in affari riscuotendo grande successo fra la nuova classe agiata e non solo. In ascensore durante la discesa ci tengono compagnia due coppie straniere, una è inglese, l'altra tedesca, saranno venuti anche loro a gustare le delizie della casa e a godere i resti della voglia di sovranità mai sopita. Forse sarebbe l'ora di rivalutare la nostra capacità di sognare. Se non ci fossero i sogni non ci sarebbero nemmeno gli incubi, no?
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15 luglio

Elena Pulcini nel suo libro 'L'individuo senza passioni. Individualismo moderno e perdita del legame sociale' (Torino, 2001) dedica un capito al rapporto fra gloria, sovranità e autoconservazione. La studiosa con l'aiuto degli scritti di Elias e Bataille, analizza il passaggio dal primato premoderno della gloria, quel moto ''senza misura e senza limiti'', alla centralità moderna dell'autoconservazione. Per Bataille con l'avvento della modernità, ''tutto ciò che era generoso, orgiastico, smisurato è scomparso; è stato sacrificato all'imperativo della conservazione e dell'acquisizione […] che le impone di porre un divieto definitivo e assoluto al libero scatenamento delle passioni attraverso il quale le società tradizionali sfogavano ciclicamente il loro bisogno di dépense consentendo agli uomini di accedere alla propria dimensione sovrana''. Come si inseriscono i nostri castelli all'interno di queste considerazioni? Quei luoghi che ho visti pieni di gente che si nutriva di abbondanza fisica e visiva, non inseguono forse la stessa originalità antropologica che il pensiero di Bataille chiamava a gran voce? Nell'epoca dell'evento la sovranità invocata è ripristinata: di quel pensiero rivoluzionario i castelli sono figli non degeneri. La società economica, culturale (artistica) si è inserita perfettamente nella richiesta di ''quel moto senza misura e senza limiti''. O partiamo da questo presupposto, oppure qualsiasi ragionamento che si voglia dir critico è destinato, nella migliore delle ipotesi, alla più o meno felice contingenza delle proprie pagine o del proprio mercato. ''È importante insistere su questo aspetto. Il declino della gloria e il configurarsi di una antropologia dell'autoconservazione non implicano affatto, come sostiene Elias, un semplice indebolimento delle passioni […] e neppure, come vuole Bataille, una scomparsa tout court della vita emotiva, sepolta nell'inconscio a favore del principio razionale dell'utile. Si verifica al contrario un processo più complesso che potremmo definire una metamorfosi delle passioni... Il primo effetto di questa metamorfosi è che le passioni premoderne, come la gloria, si svuotano dei loro precedenti senso e funzione e si riempono esse stesse di nuovi contenuti, divenendo pura maschera di impulsi autoconservativi''. Analisi perfetta, anche per il nostro caso in cui i significanti rimbalzano da un posto all'altro senza significato. Ma il significato mancante non è forse il viatico per il ripristino della sovranità umana? Anche l'analisi della Pulcini è imbevuta di ideologia e manca il bersaglio. Il punto che i castelli (come esempio contingente e non come emblema), rivolgono retrospettivamente al pensiero rivoluzionario, è relativo alla dimensione energetica. Essi confermano una taratura 'verso l'alto' e quindi, per converso, suggeriscono una revisione verso il basso.
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16 luglio

Oggi è il giorno dello sciopero.
Il Ritrattista: ''i cinesi sono i peggiori guidatori del mondo. Io non potrei mai guidare lì. Sono calmi eh... non urlano, non bestemmiano....''
Il Portaborse: ''Ma a te sono simpatici?''
Il Ritrattista: ''si certo, ci assomigliano perfettamente... lì puoi trovare un Principe, un Portaborse, un Ritrattista.....''
Il Portaborse: ''Ma ti diverti quando vai in Cina?''
Il Ritrattista: ''Si, ma lavoro tantissimo... per quindici giorni, senza pause dalla mattina presto alla sera.... scelgo le cose che mi piacciono, faccio gli ordini....''
Lo sciopero lo annuncia l'Australiana, dopo circa 40 minuti, davanti al bancone del bar del Castello Illiade: ''io non le faccio più, fa troppo caldo, a fare le foto fuori rischio un colpo di sole, io ho forza e coraggio, ma così non si va più avanti.''

Saremmo dovuti andare a Skutari, ma c'è giusto il tempo per fare una foto e chiudersi in hotel sino al pomeriggio.
Io scrivo il post sulla commercializzazione dell'immaginario da parte degli italiani. Alle cinque mi squilla il telefono ed usciamo a fare una passeggiata per Tirana. Compriamo dei cappelli da contadini, un ombrellino cinese di carta e delle penne con la bandiera albanese. Arriviamo fino alle Twin Towers, uno dei centri finanziari del paese a pochi passi dal nostro hotel. Mezz'ora, forse quarantacinque minuti e torniamo nelle nostre camere. Sino a sera quando ci godiamo con il Principe un buon pesce alla griglia in un ristorante greco.
Il Principe: ''ne mancano pochi e sono tutti intorno a Tirana. Quello in cui siamo stati, ma non abbiamo fatto le foto, quello nei pressi che era chiuso ed un castello in un bosco''
L'Australiana, pronta a vendersi pezzi d'anima alla ricerca del paradiso del popolo, lì dove il diavolo va in vacanza: ''ok, ma stasera andiamo nei peggiori quartieri di Tirana.''
Il Principe che forse l'anima l'ha già venduta: ''...volevo offrirvi qualcosa su una grande terrazza a qualche passo da qua.''
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15 luglio

Quando arriviamo al Keshtiella di Berat il peggio della giornata è andanto. Durante il viaggio il caldo ci ha assediato ed in macchina abbiamo accusato la fatica. I primi sintomi passano per la voce dell'Australiana ed hanno le parole e le melodie dei maledetti e dei rivoluzionari dello scorso secolo: Victor Jara, Paquita la del Barrio, Cristiano De André, Luigi Tenco. Malinconie e pensieri che in Albania, malgrado la forte pressione del mercato musicale italiano, non sono arrivate. Canta l'Australiana e tutti ne godiamo.
Con quel caldo e dopo due ore di villaggi, camion in sorpasso e strade disastrate, il Castello di Berat è un'oasi. Tutti qua si lasciano andare all'abbondanza. Fuori c'è una grande fontana bianca a cui gruppi di persone attaccano a turno delle taniche. Qualche passo più in là un ragazzo maneggia autorevolmente una grossa pompa con cui un po' irriga, un po' lava e un po' bagna chi lo desidera. Scesi dalla macchina l'Australiana, a scanso di equivoci, si fa riempire una tanica enorme, poi mette in tasca ad un assistente del giardiniere cinque lek affinché gliela custodisca mentre ci rifocilliamo. Dentro non me lo ricordo, ma ricordo grandi piatti di carne e insalata che il cameriere continua a portare ai tavoli.

Dopo un'ora abbondante torniamo in macchina. L'Australiana aggiunge altri cinque lek alla mancia e si fa cambiare l'acqua nella grande boccia di plastica, poi si siede al posto del passeggero e si appoggia la boccia fra le gambe.
Da quel momento la giornata è in discesa: per la strada ci imbattiamo solo in piacevoli sorprese. Il primo incontro è la conferma del presagio che avevamo appena accennato. In questa storia non fare la sua apparizione Fitzcarraldo. Nel mezzo di nulla, a qualche chilometro da un paesino sulla strada poco battuta per Fier troviamo un grande edificio nave. Ne ho visti altri altrove, ne ricordo almeno sulla statale che da Modena sale verso Verona e poi il ristorante negli aerei fra Verona e Rovigo, però questa è grandiosa, dispersa, lucida e pronta al varo. Manca solo qualche colpo di pennello e la bottiglia di champagne. 'Libertà, libertà', ripete l'Australiana. La barca in questo momento è un concentrato di straordinarietà ed erranza fantastica, ma se fossi arrivato qua e mi avessero presentato un menù mi sarei sentito chiudere lo stomaco, un po' come quando lavoro e non mi pagano... infatti, che moralismi del cazzo: libertà, libertà.
Le colline qua intorno sono dolci e belle. Su due colli attigui, due fratelli di ritorno da un'esperienza come immigrati in Grecia hanno costruito due castelli. Con la pace del paesaggio anche le loro bizzarrie si sono calmate. I nomi Akropolis e Rustica Kala tradiscono ancora una volta l'ispirazione antica, ma le architetture sono lontane dalle stereotipizzazioni di merletti, mastio e bifore. Forse è tutto merito della marijuana che ci dicono essere coltivata con buona regolarità e organizzazione nei campi della zona. Il relax e il piacere la fanno veramente da padroni. Ci facciamo qualche ritratto con le macchine fotografiche. Quando rientriamo in auto il sole ormai stanco. L'idea di visitare una galleria d'arte cinquanta chilometri più a sud viene lasciata cadere, torniamo verso Tirana con una strada a scorrimento veloce. Prima di arrivare c'è tempo per vedere un castello in costruzione abbandonato e custodito da due grandi ulivi e comperare della frutta vicino al castello Castello, un bar-castello che un italiano accoltellatore – così ci racconta il fruttivendolo – ha costruito ai bordi di una rotonda.
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15 luglio

Il Principe con un sorriso che legittima il dubbio, ripete spesso che siamo qua per inaugurare un percorso turistico che sarà. Seppur le preveggenze siano piuttosto diffuse ai nostri giorni, la sua intuizione è allineata con l'ambizione dei nuovi conti, baroni e cavalieri che hanno costruito e stanno costruendo i loro castelli in omaggio alla pietra e all'eternità. Ben, il proprietario del castello Konti ha pensato anche all'ospitalità. Il suo castello sulla vecchia via Nazionale che da Tirana porta verso sud, per 40 euro offre agli ospiti un letto caldo d'inverno e fresco d'estate ed un pasto al giorno. Dovreste vederlo il Castello Konti. Fra tutti quelli che abbiamo visitato è il più disegnato e decisamente il peggiore. Con lui ho un'inimicizia da primo incontro. Entraci è intraprendere un viaggio in un rendering: è come se l'architetto avesse preso la foto di un castello da google, ne avesse ripassato attentamente i contorni e l'avesse rimpicciolita orizzontalmente, per poi correggerne le proporzioni sino a renderle accettabili ad un occhio distratto.
Al primo sguardo l'impressione è quella di trovarsi di fronte ad un castello vero e proprio, ma la dimensione tradisce la retorica: quella torre tonda e merlettata dovrebbe governare un'altura e tenere alla larga eventuali aggressori, invece quando il Principe ci si mette difronte per lo scatto, mi accorgo che basterebbe montargli sulle spalle per raggiungere la stanza della principessa. Anche il cancello è ornato per fare onore ad una carrozza, ma se nel superarlo si incontra un'Apecar bisogna stringersi contro i pilastri.
Il Castello Konti assomiglia un po' alle nostre case: tre stanze, due bagni e soggiorno alla modica cifra di qualche centinaia di migliaia di euro e poi rendersi conto che per mettere due comodini di fianco al letto, bisogna condividerne uno con il vicino. A che serve più grande?! dice il catalogo Ikea. Ed hanno ragione. La loro progettazione è una sorta di ammortizzatore nella sfasatura che si è creata fra ritmo, comfort e sicurezza.

Già perché se dal racconto passiamo alla riflessione astratta, allora dovrebbe essere chiaro che fra i tre elementi il rapporto deve essere sindacalmente corretto, altrimenti è sfruttamento. Il ritmo detta i tempi, è il padrone senza volto o se si preferisce una metafora meccanica 'l'ingranaggio', il comfort è la possibilità di stare nel ritmo, la sicurezza è garanzia di bontà rispetto all'azione, ossia ciò che certifica il valore. La Volvo finché produceva macchine per un paese fieramente equilibrato e socialista era una macchina sicura e lenta. La Polar andava piano perché prudentemente la filosofia del gruppo organica ad una cultura sapeva che accelerare avrebbe potuto significare mandare fuori asse il delicato rapporto. Nel 1999 la Volvo è passata nelle mani degli americani della Ford. Nel 2010 i cinesi della Geely, che non hanno una pagina su Wikipedia, fanno uno sforzo in nome della storia del socialismo e acquistano la gloriosa casa svedese per 1.8 miliardi di euro. Nel passaggio di mano precedente, lontano solo dieci anni, per il suo controllo si erano battuti anche gli italiani, famosi per fare o macchine veloci e delicate o macchine piccole, di buon brio, ma che continuano ad andare anche quando sono scassatissime. Cioè la peggior filosofia che si possa immaginare: un mondo che continua a mantenere il ritmo anche se le condizioni di comfort e sicurezza non sono accettabili: come dire... la storia della fondazione del malessere.

Questa è l'Albania oggi e quello è l'ammonimento piuttosto vicino che lancia ai paesi che non sono in grado di lavorare sugli equilibri. Di carri e carretti se ne vedono pochi, ma il 70% del parco auto è fatto di Mercedes che non si fermano mai. Anche la nostra malgrado i 40 gradi sembra essere scolpita nella pietra. Maledetta disciplina tedesca: i loro ingegneri sono dei muli ciechi, ma qualcuno avrà detto loro che stavano facendo una macchina per gli uomini e non una scultura alla tecnologia?

Pare che gli avi del proprietario del Keshtjella Konti fossero dei nobili al tempo di Skkk......, 'ma non saprei' dice il Ritrattista 'quel tipo mi sembrava un poco mafioso.... no?' Io mi associo volentieri all'infamia e proseguiamo per il prossimo castello. Dopo pochi chilometri incontriamo il Bujtina e Kuqe. Quando arriviamo noi sono circa le 11 e nei tavoli sotto alla tettoia una anziana coppia dall'animosità e dal gusto con cui parlano è facile indovinare che stanno discutendo animosamente della scelta di qualche loro conoscente. L'atmosfera è quotidiana e rilassata. Mentre il Principe e l'Australiana sono impegnati nelle foto, il Ritrattista ed io chiediamo del proprietario. 'Non c'è'. 'Chiedigli per cortesia perché ha voluto costruire un castello' 'Non lo sa'. Il cameriere è poco informato, ma capiamo che la costruzione è iniziata nel 1993 e che, quindi, con tutta probabilità, siamo di fronte ad uno dei primi segni dei Nuovi Castelli albanesi. Allora studiarne le forme è un po' come guardare all'origine di questo 'Movimento'.
Anche questo castello è dominato da una torre merlata, con quattro finestre rinascimentali per lato a partire da circa un metro da terra. Libero dalle pressioni della concorrenza e certamente dalle esigenze di resistenza agli attacchi armati propri delle costruzioni tonde, il proprietario non si è premurato della forma ed ha optato per una più semplice torre squadrata. Il che non inficia il ruolo simbolico e l'evidenza comunicativa dell'architettura. Quanto alla funzione, date le dimensioni, credo che serva per conservare le lattine di Coca Cola e i fusti della birra. Il fatto mi fa pensare ad un piccolo sogno. Vorrei disegnare una torre su un pannello di legno o costruirla con del cartone, mettere delle birre in frigo, qualche sdraio, un paio di palme e aprire anch'io un Bar-Castello nel giardino di casa per invitare qualche amico o vendere la birra al primo passante assetato, in omaggio a quel raggio di felicità che a fatica traspare da questo crudo e sinistro 'Rinascimento albanese'.
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14 luglio

L'Unione europea sta finanziando una strada a scorrimento veloce che taglia fuori i monti. Sarà pronta fra qualche anno, ma per ora, chi vuole andare da Tirana ad Elbasan deve accontentarsi di quella costruita dai fascisti: tortuosa come il passo dello Stelvio, ma senza i bresciani che corrono in moto e con un sapore più forte di muli e trincea.
Oggi ci siamo messi in viaggio. L'Australiana è in grande forma e le parole sono quasi tutte sue. Il Ritrattista interviene con una discreta costanza, il Principe legifera, il Portaborse si limita a qualche domanda.



Prima di procedere con il racconto devo fare una premessa connessa con le ragioni che ci hanno portato qua (realizzare il progetto del Principe). Oggi abbiamo fatto nostra la convinzione che l'alfabetizzazione sia una questione di disponibilità, così come l'ignoranza - per converso - fa i conti con la repulsione. Con il favore del viaggio e dell'estate ci siamo lasciati andare in svariati argomenti. Alcuni li abbiamo sviluppati con una discreta profondità, altri sono invece appena accennati. In quanto portavoce del gruppo, mi scuso se qualcosa potrà apparire sopra le righe, ma sono sicuro che capirete essere parte essenziale del gioco.

1. Libertà. "Questi castelli sono un atto di libertà ....intendo dire, se ho la possibilità e la voglia di costruire qualcosa la costruisco come piace a me, senza impedimenti. " L'Australiana pronuncia la sentenza con entusiasmo e un po' di pudore. Forse ha negli occhi ha il sogno di Herzog e la forza visionaria di Kinski mentre interpreta Fitzcarraldo. Io che di straordinarietà e sospensione di solito sono goloso e mi vanto di esserne anche un po' studioso, penso invece alla perversa idea di libertà di Berlusconi: andate, godete e divertitevi. Berlusconi l'anarchico, cazzo che maledizione.
Intanto noi fissiamo un punto che per ora lasciamo come una nota a margine del processo di comprensione di questo progetto: il rapporto fra straordinarietà e comunicazione. Ovvero: se l'azione straordinaria è di per se comunicativa e attraverso lo scarto riesce a far saltare il senso del tempo e dello spazio ed intrecciare un nuovo racconto, la comunicazione anche quando è straordinaria, ha lo stesso valore? Io credo che molta arte degli anni '90 se letta con questo tipo di declinazione sia da rivalutare attentamente, penso inoltre che proprio questo elemento, nel clima di paradossale (ho cercato di mostrarlo) libertà di cui gode l'arte, possa essere un confronto di rilievo per chi sta plasmando la propria ricerca.
"Prendiamo degli spinaci?" "Io prendo un po' di yogurt e l'agnello al forno." "Faleminderit." "Faleminderit." Brindiamo al Ritrattista che a noi ospiti è il meno conosciuto.



2. Il posto peggiore. Il posto migliore. "Voglio sentire l'adrenalina della Città. Portami nel posto peggiore di Tirana." "Non ci sono più quei posti in Albania." "Si che ci sono." Mentre l'Australiana e il Principe discutono sul nascondiglio del desiderio, io seguo il cameriere nella sala matrimoni. E' molto grande, i tavoloni sono distribuiti in cerchio a partire da un palchetto con baldacchino in cui si accomodano gli sposi. Sul soffitto c'è una grande palla di vetro accompagnata da una cascata di luci gialle che scendono ad un paio di metri da terra. Al cameriere chiedo come l'hanno costruito: "Come l'hanno costruito?" "Lavoro e investire. Lavoro e investire." In Albania ci si sente come gli inglesi nel mondo. Tutti sanno risponderti nella tua lingua madre. Il cameriere ha un discreto italiano. Ha lavorato qualche anno ad Ancona, poi è dovuto rientrare. "Quando ho cercato di ritornare in Italia mi hanno chiesto troppi soldi per un visto, allora sono rimasto qua." "Perché si può comperare un visto?" Mi pare che non abbia compreso il mio stupore, infatti mi risponde come se si potesse trovare al negozio all'Auchan. "Il prezzo è variabile. Quando l'ho chiesto io costava 3000 euro." Ho capito.
Mi dice che ora sta bene qua. Con il proprietario sono amici e si conoscono da tempo. In effetti si muove nel castello con una certa libertà e senza premurarsi degli spinaci che abbiamo ordinato. "Ma il proprietario è ricco?" "No macché ricco, è una persona normale. Quando ha iniziato aveva solo la terra." "Perché ha deciso di costruire un castello?" "Per lavorare insieme, sono tre fratelli, avevano un pezzo di terra, mica pensavano che sarebbe venuto così grande in pochi anni." Prosegue: "I castelli piacciono. Se c'è un matrimonio, in quattro ore la sala grande frutta 10.000 euro." Perbacco.
Quando torno al tavolo sul fondo scorrono le note di "Azzurro" di Adriano Celentano. Deve essere una compilation: seguono: "Balla balla ballerino", "Caruso" e "L'anno che verrà" di Dalla. La riflessione che facciamo è che in fondo, ma neanche tanto, questi castelli non sono differenti dalle masserie del sud Italia, dalle ville per matrimoni nel napoletano, dal più chic agriturismo toscano con il maneggio o dalla falsa osteria milanese. Ad ognuno il suo.



3. Il comunismo e i castelli. Quando saliamo tutti insieme su una delle torri il cameriere illustra il panorama. "Dietro quella collina, in una vecchia casa, vive il proprietario, laggiù c'è Tirana, quello è l'ampliamento del castello, mentre quel grande edificio al di là della strada fra qualche mese sarà il più grosso centro commerciale del Paese."
L'Australiana dice: "Forse un'influenza l'ha avuta il comunismo. Sto pensando ai grandi palazzi dei membri del partito o alle residenze presidenziali. A forza di vedere questi giganti di fasto e impenetrabilità, qualcuno avrà pensato che quella fosse la via giusta per stare bene" Insomma sogni low-cost ad alta accessibilità. Caduta la retorica e i tentativi di condivisione dei beni, è rimasto quale unico significante lo sfarzo del privilegio. Cioè, e non mi pare il caso di questionare, è un fatto di gusto, anzi, nello specifico, di gusto comunista o post tale. Il che aimé fa ricorre ancora una volta la profezia della Cina che avanza. Manco fosse solo colpa loro.

4. Architettura. con le parole dell'Australiana: "non sempre è un'architettura, ma può essere una mancanza di architettura."

5. L'opera. "Io sono un po' confusa su cosa si debba considerare una buona opera." "Io sono emozionato perché collaboro a quest'opera." dice il Ritrattista "anch'io sono un artista." "In qualche sua pittura ci sono dei castelli?" "Si, in un paesaggio del mio paese natio." "Quando è caduto il comunismo hanno abbattuto dei monumenti?" chiedo io. "Si alcuni, ma nessuna opera d'arte" Risponde lui "i monumenti non sono opere d'arte?" incalzo io. "Quando un'opera d'arte è obbligata per me non ha valore come opera d'arte. Forse è un documento storico, ma non un'opera." Come tutti noi in questo viaggio proseguiamo col il dubbio e il sorriso, nell'augurio che l'uno non sia la dannazione dell'altro.

6. Il finto.
L'Australiana: "il finto non significa fallire."
Il Principe: "il falso può aiutare."
L'Australiana: "il sogno è l'altra faccia della verità."



7. Il principiante e l'amore. "Bisognerebbe essere sempre dei principianti. È un modo per buttarsi. Un getto di sano istinto non fa mai male. Questo però non deve precludere la conoscenza. La conoscenza è amore e l'amore è conoscenza. Più conosci e più sai apprezzare. Conoscere è una bellissima fatica, ma solo alla fine si può parlare di amore...cioè quando è troppo tardi... una volta presi uno schiaffo per aver detto a un mio ragazzo che l'amore è universale. L'amore che si dà bisogna sprecarlo... poi non ho ancora capito molto bene... quando mi sono sposata mia madre mi chiese come mai non mi sarei sposata in chiesa. Io risposi: Mamma mica pensi che starò insieme a lui tutta la vita?"
Il Portaborse: "Quando finiscono le storie?"
L'Australiana: "Dipende tutto dall'occhio."
"Dall'occhio?"
"Si, tu saresti disponibile a dare un occhio a Chiara?"
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15 luglio

I bunker stanno ovunque. Il Principe e il Ritrattista dicono che sono un milione, in rete ho trovato 750.000, 36.000, 500.000, 2.000.000... Che importa, sono talmente ovunque da diventare ovvietà, leggenda. Un po' come le mucche in Argentina: «ci sono più mucche che uomini, tanti bunker quanti uomini, una mucca cadauno (compresi gli immigrati italiani), un bunker per ogni albanese (compresi quelli immigrati in Italia, Grecia, Germania).

I bunker hanno iniziato a costruirli appena dopo il 1950. «La loro costruzione accelera quando nel 1968 (l'Albania) esce ufficialmente dal Patto di Varsavia» (Wikipedia, voce Enver Hoxha). Già perché a partire dagli anni '60 il dittatore cresciuto nell'antifascismo decide di allontanarsi dal revisionismo sovietico e si avvicina alla Repubblica Popolare Cinese. Che Enver Hoxha fosse un tipo caparbio e avesse una tendenza all'isolazionismo, si era già visto nel 1948, quando si unì alla condanna dell'ideologia comunista jugoslava e in barba ai rapporti di buon vicinato, sposò la dottrina stalinista. Fedele alla stessa linea qualche decennio dopo si lascia alle spalle anche Mosca orientata a rivedere la lettura del comunismo di Stalin e, come detto, sposa la via Cinese.

La geografia si stringe attorno al dittatore: a sud l'odiata Grecia ha addestrato i propri soldati alla frontiera a cacciare gli albanesi come cervi, a nord e a est abitano le vecchie antipatie jugoslave (che poi si sfogheranno anche nella guerra del Kosovo), appena alle spalle le nuove antipatie sovietiche vigilano con l'autorità della Cortina di ferro, oltre alla striscia dell'Adriatico il vecchio colonizzatore italiano, addestrato dagli americani, tenta di superare le barriere fisiche usando la tv come un sottomarino.
Così arrivano i nuovi amici cinesi. Come al solito non si sa come, forse in nave, forse in areo. Non ho chiesto molte informazioni, ma non credo di sbagliare molto se dico che in pochi, qua in Albania, ricordano la loro presenza. È il mistero di quell'alchimia con cui i membri della grande Repubblica d'Oriente trasformano il mondo nel silenzio. Allora i bunker sono solo le impronte del gigante: l'avanguardia dell'avanzata in corso, cioè ciò che, a mio avviso, è la chiave di lettura del progetto del Principe.

Intanto il timore di Enver Hoxha diventa pura paranoia e il dittatore pressato dai confini e carico di una storia di soprusi dopo aver regalato ad ognuno il proprio bunker insegna a tutti a sparare: «lo straniero ci è nemico. Ci vogliono invadere. Non abbiate timore, il primo straniero che passa impallinatelo. Resisteremo e vinceremo. Potranno bombardare con i caccia o sparare colpi di mortaio dalle navi o persino attaccarci con le loro bombe atomiche. Ma se vorranno le nostre pecore, la nostra acqua o le nostre città, dovranno scendere nei campi e nelle strade. Noi li aspetteremo nei bunker e da lì li ammazzeremo.» La strategia difensiva dell'Albania comunista è la migliore rappresentazione autoctona del collettivismo patriotico. Stacanov in questo piccolo paese dei Balcani è chiamato a imbracciare il fucile e praticare la resistenza individuale nel nome della Patria e del Popolo e della morte di Dio (che il dittatore stesso aveva soppresso nel 1967 con atto costituzionale).
L'11 aprile del 1985 Enver Hoxha smette di vivere, nel febbraio del 1991, con il partito ormai disfatto, l'abbattimento del suo monumento sancisce la fine di una storia, come tante, mai iniziata. Il collettivismo che aveva mantenuto salda l'ideologia si frantuma in mille pezzi e i piccoli soldati cresciuti fra prati e bunker partono, spesso clandestini, per conoscere il nemico tanto atteso. Oggi e da qualche anno, quei ragazzi* hanno quaranta o cinquant'anni, sono tornati in patria e con i bunker e i prati negli occhi costruiscono castelli.


*Durante il periodo comunista anche le donne erano state assunte nel grande esercito e come gli uomini dovevano imparare a sparare. Contrariamente agli uomini, però, oggi non posseggono castelli.
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16 luglio 2010



«Perché è antico, solo perché è antico. Anche il nome è 'Illiade'». Dice il cameriere. «Ma questo non è antico. E' finto». Il Ritrattista lo traduce con un po' di imbarazzo. «No, no, qua è pieno di cose vecchie. Vecchie, vecchie», risponde l'altro, «Vieni che ti faccio vedere» Andiamo verso il grande camino che sta come un altare al fondo della grande stanza. In mezzo c'è un guerriero africano in alluminio dorato, un elefante forse d'avorio, dei vasi, un arco di trionfo, delle macchine per macinare il caffè, delle statuine raffiguranti degli agricoltori, dei coltelli in miniatura, delle ceramiche di cagnolini. «Vedi, vedi tutto questo è antico». «Ahh... questo lo vendo io, l'ho portato io dalla Cina» dice questa volta orgoglioso il Ritrattista. Si tratta di un vaso con una forma un po' surrealista fatto con tre essenze di legno. Solo Mirò poteva far di meglio. «Per cortesia, chiedigli cosa ne pensa del fatto che il castello sia finto». Il Ritrattista traduce. «No, non ha nessuna opinione a proposito». Poi il cameriere prosegue: «solo per non dimenticare l'antico». Attenzione perché arriva la parte interessante. Il cameriere ci pensa un po', le mani sono sempre raccolte dietro la schiena, poi dice «perché tutti i bar sono moderni. Ci sono molti bar moderni, invece qua abbiamo l'antico». La questione della modernità non poteva essere più azzeccata. Chi vuole uscire dal modernismo, quali strade può percorrere? Questi maledetti pasticci postmoderni allora non sono forse un tentativo di rispondere a quell'esigenza? Poco prima stamani siamo passati per il corso principale di Tirana. Chi ha familiarità con una grande via fascista ritrova il suo paesaggio. Il razionalismo, il modernismo, sono fatti che arrivano dall'occidente. In questo tentativo di trovare un'ordine a questo pasticcio, non bisogna inoltre dimenticare che il 70% degli albanesi è mussulmano. Domani mi faccio portare nella moschea sulla piazza principale.



Il cameriere è un po' disorientato dalle domande. Incalza, facendomi capire che l'idea è buona e le cose vanno bene: «poi piace molto alla gente. L'altra settimana c'erano 50 turisti italiani. Ora con lo stesso stile costruiamo anche un albergo». «Vieni, vieni, vieni a vedere». Al piano superiore hanno smantellato la sala ristorante è stanno ristrutturando. Si intravede ciò che sarà: parti delle pareti sono coperte di legno scuro, mentre qua e là nelle stanze compare una blocco doccia in plastica di cui è facile immaginare getti, spruzzi, gorgoglii e quant'altro. Il Ritrattista mi dice con complicità: «idromassaggio...» Saliamo ancora le scale. Sul tetto c'è un mucchio di mattoni. Immagino che serviranno per il paramano che riveste il castello. «Vedi, vedi, tutto vecchio», «ma questi non sono vecchi dico io», «vecchio, vecchio» replica lui «Da dove arrivano?» dico io, «da una vecchia fabbrica che stava qua nei dintorni», «una vecchia fabbrica del periodo comunista?», «si, si, forse anche prima. «Guarda qua» dice mostrando delle ringhiere in ferro battuto. Sono ancora imbustate, come se fossero calde e appena uscite dal forno. Ma lui ripete: «guarda, guarda», le indica come testimoni di antichità. Io sono solo il Portaborse, ma alcune forse me le dovrebbero spiegare più a fondo.
Quando scendiamo le scale incontriamo il proprietario. Lui ha disegnato il castello insieme ad un suo amico architetto e costruttore. È una bella persona, delicata e sicura nei gesti. Porta dei jeans gialli e una maglietta con grandi strisce nere, gialli e azzurre. Parlano per qualche minuto con il Ritrattista. «Viene da una bellissima regione» mi dice con riferimento al Proprietario. Il Ritrattista è empatico, gli piace parlare della vita delle persone. Nulla da eccepire, ma ora vorrei provare a capire qualcosa di più. Pare che degli italiani abbiano rilasciato una certificazione di qualità a 5 Stelle per il Castello. Azzo. «Chi sono?». «Degli italiani che vivono in Svizzera» mi dice il proprietario. Sono venuti qua senza dire nulla, hanno mangiato e poi una volta verificati tutti gli standard di qualità hanno rilasciato una certificazione». «Per quanti soldi, chiedo io?» «3000 euro per tre anni». 1000 euro all'anno o se preferito 600 euro a Stella per tre anni.
L'Istituto Italiano Certificazione Qualità ha sede in Svizzera, in Italia a Torino, mentre il Cav. Dr. Gabriele Maria Migliaccio che cura il Sito ed è Direttore Commerciale dell'azienda, nonché, pare di capire, l'azienda stessa, risiede ad Agrigento, capitale della Grecia italiana. Lo trovate al 380 712 02 87 oppure lo potete disturbare al telefono in automobile al 335 640 74 78. Il suo sito comunque è piuttosto completo. Ad esempio informa su cosa sia una certificazione. "La Certificazione di qualità è l'atto mediante il quale una terza parte indipendente accreditata dichiara che, con ragionevole attendibilità, un determinato prodotto, processo o servizio è conforme ad una specifica norma od altro documento normativo". Sulla targa lasciata al Castello 'Iliade' non c'era riferimento ad alcuna legge. Secondo quale 'norma' il Cavaliere rilascia la Certificazione? Ovvero che cosa vende se non l'identità che si è attribuito per diritto nascita? Abbiamo così capito che la Certificazione è una investitura nobiliare e quindi che il castellano aspira a diventare Re.
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13 luglio 2010

Non mi sono mai sentito più nel presente di ora. Appena usciti dall'aeroporto di Tirana c'è un grande trampolino di cemento. Anche se con le rotonde e le nuove suggestioni monumentali non me la cavo male, quella, ammetto, faccio qualche fatica ad interpretarla. Intanto saliamo su una Mercedes blu degli anni '90. È la macchina del Ritrattista, ci porterà a spasso per questo paese che mi dicono essere grande quanto il Lazio o poco più.




«Cazzo se è cambiata. Io me la ricordavo diversa. Mica c'erano queste case qua.» L'ultima volta che l'Australiana era stata in Albania era il 2001. All'una di sera ci siamo ritrovati seduti sulla terrazza del Taiwan, lo stesso bar di nove anni fa. Il Taiwan pare che incassi ogni giorno 50.000 dollari. È un bel bar, sul fronte ha delle grosse colonne colorata che sembrano di gomma e un patio che si allunga sul prato inglese.

«Già cresce l'Albania, cresce, ma io vorrei di più. Vado spesso in Cina. Lì tutto si muove in fretta. Di volta in volta vedi realmente la differenza.» Il Ritrattista ci lascia all'Hotel Europa. La password della wireless è 28031962. L'Australiana ha la camera doppia al secondo piano, la 206. Il numero è stampigliato su un'etichetta bianca: il 20 stampato in nero, il 6 scritto con una bic in blu. La mia stanza invece è la 311, una bella singola al terzo piano con l'etichetta stampata a macchina in tutte le sue parti. Entrambe le stanze danno su un cortile alle spalle di una della via Myslym Shyri. Domattina gli darò uno sguardo. Quando torniamo dal Taiwan alla reception ci avvisano che è andata via la luce: «è la prima volta che succede, sarà un disguido». Mi sento fortunato: da un po' di tempo a questa parte la sera, quanto viene buio, giro per la casa con le luci spente. Ogni tanto sbatto come un autoscontro su Chiara. Di solito appoggio una o due mani sul suo sedere e le do' il bacio della buona notte.
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Anteprima di un viaggio ancora senza titolo sull'archeologia dell'Albania contemporanea





L'appuntamento è per il 16 settembre alla Prometeo Gallery di Ida Pisani per la mostra personale di Driant Zeneli. Intanto noi andiamo. Partiamo domani. Siamo il Principe, l'Australiana ed il Portaborse.

- Il Principe si è chiesto: «qual'è il sogno che gli albanesi stanno proiettando nel futuro ad aspettarli? Da quale immaginario proviene? Sarà quella la terra del capriccio?»

- Il Portaborse si è chiesto: «che ne pensano quelli intorno?»

- L'Australiana si è chiesta: «cosa ci faccio qua?»

A guidarci ci sarà un artista noto in loco come il Ritrattista. Qualcuno in Italia l'ha già incontrato come coprotagonista di una lezione sugli artisti falliti organizzata da Driant Zeneli.
Il Ritrattista ha lavorato per un certo periodo alla corte del comunismo albanese, in seguito si è trasferito negli uffici dell'immigrazione illegale: ancor oggi i suoi visti sono considerati fra i maggiori capolavori sociali degli anni '90. Sempre all'avanguardia, da cinque anni distribuisce a Tirana oggetti d'arte fatti a mano in Cina, con metodi industriali. Da parte mia, di primo acchito e sulle ali dell'entusiasmo, la descrizione di queste eclettiche ricerche fra arte e pane, basterebbero a fare del Ritrattista un emblema in grado di far arrossire gli altolocati dell'arte o dell'intelletto. Poi mi rendo conto che è meglio trattenere il moto. Non buttare via il bambino e l'acqua sporca e chiedere a voi che leggete, di provare a decifrare il suo lavoro all'interno di un quadro attento ad ambizioni genericamente umanistiche.
Forse preso dagli stessi dubbi, o forse perché in ritardo, Driant Zeneli da qualche tempo dedica la sua ricerca alle nuvole che stanno sopra gli uomini. Non senza dichiarate complicazioni. Questa volta l'attenzione ricadrà sulle opere di un gruppo di sconosciuti, della sua madre patria, appassionati di castelli, capricci e proprietà. Lungo queste esplorazioni, il progetto si apre a due considerazioni. La prima è di tipo etnografico e va letta nell'ambito di una profezia dell'Albania che verrà. La seconda invece è tautologica ed apre una falla nell'epistemologia dell'arte i cui confini sono ancora da definire. In breve, senza sbagliare molto, possiamo affermare che si avrà a che fare con il gusto, la buona e la cattiva misura e l'uso merceologico dei concetti.
A fronte di questa ambizione ancora senza titolo e che non sappiamo come governare, possiamo garantire ciò che la mostra non sarà: non sarà minimale, non sarà concettuale, sarà parzialmente documentaria, sarà fotografica e a suo modo orgogliosamente didattica.
Ci sarà dell'altro, anche in onore al giusto spazio dovuto al caso. Intanto come si diceva, noi andiamo. Se volete parte del racconto lo potete seguire giorno per giorno su questo mio quaderno degli esercizi.


Driant Zeneli solo show
dal 16 settembre,
Prometeo Gallery, via Ventura, Milano
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Tre storie di equilibrio sulle soglie della finzione | Three stories of balance on the threshold of fiction



Mi ha sempre lasciato interdetto la possibile colpevolezza fra il foglio bianco su cui scrivo e le pareti intonse dei musei e delle gallerie d'arte contemporanea. Per questo ho deciso che oggi non lascerò la poesia dei concetti libera di navigare e dirò solo la verità.
Felix Tschurtschenthaler è un giovane altoatesino. Ha studiato scultura del legno secondo la tradizione della Val Gardena, poi si è trasferito a Monaco per frequentare l'accademia. Il suo video “Der Abgrund ist nicht tief sonder hohl” apre questa rassegna con un gesto programmatico. Prima di tagliare l'asse su cui è seduto, Felix sta fermo un attimo, guarda giù, poi procede. La scena riprende una nota gag di Buster Keaton. Ma cosa è rimasto dell'ironia di cui la camera da presa era pienamente complice nel cinema muto? E ancora, dov'è il pubblico? Nel caso di Felix Tschurtschenthaler è lui stesso spettatore unico del suo gesto e la camera da presa è l'oggetto che produce e risolve il fatto.



Lo racconta bene Driant Zeneli. Nell'inverno del 2010 durante una residenza a Trento ha chiesto al direttore dell'Orchestra J. Futura di invitare a cena i propri musicisti. Nessuno, direttore escluso, sapeva di essere parte di una performance. Tutti però sapevano che l'argomento della serata sarebbe stato la discussione di un documovie - già programmato da tempo con un altro regista - dedicato all'Orchestra. “Prova d'Orchestra”, che prende il titolo dall'omonimo film di Federico Fellini, è il racconto, montato con cronologia contraria, di quella serata.



Se in Felix Tschurtschenthaler la camera è il corpo dell'artista, qua c'è la richiesta di una complicità diretta fra il pubblico e gli occhi dell'artista. È l'artista, che da dentro la scena, chiama il pubblico ad esplorare le soglie del reale tramite il caso e la camera.
Altrettanto netta, seppur differente la posizione che Hiwa K prende nel video “SEESAW”. Attraverso una dimostrazione fisica elementare Hiwa K insinua la differenza fra due modelli contrapposti. Da una parte c'è il rumore di fondo delle macchine che passano e altri mezzi al lavoro. Loro sono il pubblico che l'artista trasporta dentro la scena e abbandona al fondale. Dall'altra parte ed in contemporanea c'è l'ipotesi che il gruppo di amici guidati da Hiwa sta cercando di convalidare. La sfida, ironicamente ispirata ad un classico duello di Sergio Leone, non è fra Hiwa e Matthias, ma fra Hiwa + Matthias e il resto attorno. Nel video lo spettatore rientrerà solo dopo e mai come pubblico. Non è un caso che il lavoro sia stato pubblicato dall'artista stesso sul web: lo strumento che al posto di portare uno sguardo a moltissime persone (come il cinema o la tv) porta molte cose allo sguardo di chi intende cercale. La complicità si sposta, per ora definitivamente, dalla camera allo spettatore, dalla realtà alla quotidianità.

Hiwa K, Felix Tschurtschenthaler, Driant Zeneli
a cura di | curated by Denis Isaia
De BUNKER #03
02.07.2010 – 25.07.2010
Westbroekpark, The Hague



I have always been struck by the possible guilt between the white sheet on which I am writing, and the untrimmed walls of contemporary art museums and art galleries. For this reason I have decided that today I will not let the poetry of concepts free to float, I will only tell the truth.
Felix Tschurtschenthaler is a young South Tyrolean. He studied wood sculpture according to the tradition of the Gardena Valley, he then moved to Munich to attend the academy. His video “Der Abgrund is nicht tief sondern hohl” opens the present review with a programmatic gesture. Before cutting the board on which he is sitting, Felix stands still for a moment, he then looks down, he finally proceeds. The scene draws back to a well known gag by Buster Keaton. But what is left of the irony of which the camera was a fully engaged accomplice? And again, where is the audience? In the case of Felix Tschurtschenthaler, he is the same and only spectator of his gesture and the camera is the object that produces and solves the fact.



Driant Zenelli can explain well. In the winter of 2010 during a residency in Trento he asked the director of the J. Futura Orchestra to invite his musicians for dinner. No one, director excluded, knew he was part of a performance. They all knew that the topic of the evening would have been the discussion of a documovie – already previously planned by another director – dedicated to the Orchestra. “Orchestra Rehearsal,” the title draws back to the homonymous title by Federico Fellini, is the tale of that evening, cut in a backward chronology.
If by Felix Tschurtschenthaler the camera is the artist’s body, to be found is the request of a direct complicity between the audience and the artist’s eyes. It is the artist who, from inside the scene, calls the audience to explore the threshold of the real through the case and the camera.



Equally known, even if different, is the position Hiwa K takes in the video “SEESAW.” Through an elementary physical proof, Hiwa K hints at the difference between two opposed models.
On one side there is the background noise of the cars that pass and of other working machines. They are the audience that the artist carries inside the scene and leaves to the backdrop. On the other side, and simultaneously, there is the hypothesis that the group of friends led by Hiwa are trying to validate. The challenge, ironically inspired by a classical duel by Sergio Leone, is not between Hiwa and Matthias, but between Hiwa + Matthias and those who surround them.
The spectator will enter the video only later, and never as the audience. It is not casual that the work was published by the same artist on the web: the tool that instead of taking a sight to many (like the cinema or television) takes many things to the sight of those who wish to look for them. Complicity has been moved, by now definitively, from the camera to the spectator, from reality to daily life.
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Alcune domande sullo Spettatore

Un paio di giorni fa, Barbara Schiavulli e Paolo Woods hanno raccontato a Rovereto le loro esperienze di giornalisti e fotografi freelance. Sono due avventurosi. Con molta paura e altrettanto coraggio sono spesso alle prese con le guerre del mondo o con indagini di grande scala e scarsa rilevanza mediatica. Hanno accennato dei cinesi in Africa, gli africani in Cina, i cicli del petrolio o ancora il terromoto ad Haiti e ovviamente le due guerre in cui siamo implicati: l'Iraq e l'Afganistan. A chiacchierare con i due c'era Lucio Caracciolo, direttore di Limes e grande esperto di geopolitica.



Il ritornello concettuale del pensiero di Caraccio, la base su cui faceva leva per spiegare le attuali strategie di politica internazionale contemporanea, era incentrato sul rapporto fra visibilità e presenza. Ad un certo punto l'ha espresso lui stesso, proprio mentre si parlava dei cinesi in Africa. I cinesi in Africa, ma anche altrove, sono molto presenti e poco visibili.
24 ore prima io li avevo visti, o meglio, alcuni, maldestramente vestiti da giapponesi o tailandesi, mi avevano servito al tavolo. Da quella serata ne ero uscito con il gusto dell'olio di palma sulle labbra, qualche euro in meno e un assioma. “Niente è cinese e non c'è nulla che non lo sia”. Da questa prospettiva, che esclude le lanterne rosse, le bacchette, la erre, l'atteggiamento superiore degli avventori, gli sfottò, ma include i molti bar, le pizzerie, i ristoranti giapponesi, vietnamiti, tailandesi, la cucina mediterranea, dicevo, da questa prospettiva che è poi quella delle mie scarpe e probabilmente dell'80% dei miei consumi, i cinesi sono l'avanguardia della globalizzazione. Certo anche Mc Donalds ci prova. Ora che ci sono i mondiali di calcio regala bandierine tedesche ai tedeschi, italiane agli italiani e giapponesi ai giapponesi. Ma i mondiali sono il museo della nazione, uno degli ultimi palchi del corpo occidentale. Mentre noi giochiamo a Johannesburg e preghiamo gli dei affinché accolgano nell'Olimpo i nostri campioni, i cinesi lavorano in Africa. Qualcuno dovrà pur lavorare, no? Infatti pare che nessuno si lamenti apertamente.



Barbara Schiavulli, ha incominciato a lavorare per il Gazzettino di Venezia, poi è partita per la Palestina e lì ha aperto la sua carriera di giornalista di guerra. Ora è freelance, durante la conferenza ha manifestato più volte la volontà di ottenere il contratto che i giornali le negano. Paolo Woods invece non si è lamentato per le proprie finanze. Forse, come si dice in questi casi, è ricco di famiglia. Io mi sono sentito vicino ad entrambi, vuoi perché non ho un'entrata fissa o perché, malgrado non sia ricco, non mi pongo problemi di denaro. Ben altre erano le mie invidie. Mentre parlavano di guerra, grandi capitali, materie prime, politiche internazionali, mi saliva la voglia di prendere e partire. C'era in quelle ricerche l'adrenalina del senso. Ma quale? Quell'esperienza che invidio loro, che cos'è se non una forma di estremizzazione della posizione dello spettatore? Lungo il filo dei collegamenti, dunque qual'è il valore originario e finale della ricerca? La positività sociale che la parola si porta appresso a quale vertigine si richiama?
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Museion, Bolzano, dintorni

Una ragazza dell'Università di Venezia, che aveva l'esigenza di uno sguardo interno al territorio, ma esterno alle istituzioni, mi ha interpellato per una intervista sul Museion, Bolzano e dintorni. Dal momento che ho deciso di non disperdere testi e appunti, la pubblico nella sezione "pause". Ecco lo scambio.




1. Rispetto al sistema museale dell’arte contemporanea italiana, in che ottica si situa il Museion, quali sono i suoi obiettivi e le sue finalità e che valore ha avuto in ciò la creazione di una sede ex- novo?

Il Museion apre il nuovo spazio con un concorso internazionale che ha assegnato a Corinne Diseren il ruolo di Direttrice. La curatrice di origine svizzera con esperienze e studi globali, ha subito fatto valere i suoi contatti nel circuito internazionale dell'arte contemporanea, lanciando un programma promettente e ambizioso. Le note vicende e polemiche seguite all'inaugurazione ed una gestione poco accorta delle finanze e del rischio culturale, hanno riportato in sella alla nuova struttura il precedente gruppo di lavoro capitanato questa volta da Letizia Ragaglia, che sino ad allora aveva ricoperto il ruolo di curatrice. Da questo punto di vista la nuova sede non ha prodotto, ad oggi, il balzo sperato. Dal protagonismo internazionale delle prime ambizioni ci si è spostati o meglio, si è tornati, ad una dimensione locale e nazionale e ad una politica culturale piuttosto prudente.


2. La città di Bolzano è stata un terreno fertile in cui avanzare un progetto di questo tipo oppure vi sono state delle difficoltà o degli ostacoli, e se sì quali?

A Bolzano si è vissuta la stessa battaglia culturale e politica che vediamo oggi in atto in molte zone d'Europa in a cui ad una città viva, internazionale nelle ambizioni e di solito povera di risorse si contrappone una provincia conservatrice, bigotta e ricca. Negli anni passati un gruppo dirigente illuminato è riuscito a portare avanti e a vincere molte e importanti battaglie per la modernizzazione della cultura. Poi il fallimento iniziale del Museion ha cambiato un po' le carte in tavola a favore di un modello più conservativo.


3. Con il Museion, va ad arricchirsi dal punto di vista delle offerte culturali, una regione di per sé già molto ricca, in cui spiccano il Mart di Rovereto e la Galleria Civica di Trento.
In che tipo di rapporti si pone il Museion con queste realtà? Vi sono delle collaborazioni?

Ognuno va per la sua strada. Il Museion cerca di tenere posizioni in vista di tempi migliori. Il Mart è lanciato sulla via delle collaborazioni con i medi e grandi musei internazionali d'arte moderna e quindi delle mostre in grado di attirare un buon numero di persone, la Galleria Civica sta cercando di rafforzare la neonata Fondazione coinvolgendo i collezionisti. In questo panorama per la ricerca resta poco spazio. Forse le migliori indicazioni arrivano dalle collaborazioni con le due Università da cui, a mio avviso, emergeranno le sorprese migliori negli anni a venire.


4. Oltre a trovarsi in una regione culturalmente molto fertile, Bolzano si situa anche in una zona di crocevia tra diverse culture e nazioni. Questo dato ha contribuito a rendere maggiormente
internazionale il respiro del Museion?

Nelle intenzioni si. Credo sia una via ancora percorribile.




5. Con il progetto di Garutti nel quartiere Don Bosco, si è tentato di coinvolgere il pubblico in
un’azione di avvicinamento verso l’arte contemporanea, offrendo loro la possibilità e gli strumenti per comprenderne il linguaggio e le potenzialità. Che esiti ha avuto il progetto?

Il Cubo Garutti è una traslazione nello spazio del Museion. Così l'opera è stata intesa dall'artista e così è intesa dall'Istituzione. A partire da questi presupposti è difficile valutarne l'impatto: qualcuno passerà di lì e sarà indifferente, altri proveranno un piacere che terranno per sé, altri ancora invece manifestano apertamente un certo scetticismo. Questa è a mio avviso è la misura in cui va letta la portata di quel progetto. Poi una volta all'anno il Museion forza un po' i limiti fisici del Cubo (non è possibile proiettare, non c'è l'audio, non si può entrare) e chiede ad un artista di fare un lavoro più partecipativo. Gli esiti sono sempre stati buoni.